Quaderni odeporici
Arizona, autunno 2024
17 ottobre, ultimo giorno da newyorkese. Dopo un bagel con crema di formaggio e salmone affumicato, preso dopo mezz’ora di coda nella storica rosticceria Russ & Daughters, Goda ed io ci diciamo arrivederci al 2 di novembre. Lei sale sulla metro per l’aeroporto di Newark, da cui partirà per tornare a Vilnius. Io, invece, mi dirigo verso JFK per prendere il mio volo per Phoenix. Lì mi incontrerò con Davide, con cui spenderò le prossime due settimane girovagando in bici nel sud dell’Arizona.
La separazione per me è sempre accompagnata da un velo di tristezza e ansia; quell’emozione che al nord chiamiamo “magone”. Ma così è. So che mi passerà. Mi faccio distrarre dalla grandiosità dell’aeroporto JFK, che osservo dal finestrino del treno sopraelevato che connette i vari terminal.
Il mio volo con JetBlue parte dal terminal 5, e impiegherà circa quattro ore e trenta per arrivare a destinazione. Pur essendo un low-cost, devo dire che è molto meglio degli equivalenti europei a cui sono abituato: più spazio per le gambe, intrattenimento a bordo, e snack e bibite gratuiti.
Arrivo a Phoenix alle 11 di sera, e una navetta mi porta in hotel, dove incontro Davide. È già a letto da qualche ora, ma fatica a dormire, essendo arrivato dal Giappone dove ora è pieno giorno. I miei ritmi circadiani sono invece tarati sul fuso di New York, e cado velocemente nel sonno sul comodo materasso firmato Hilton.
Giorno 1: da Phoenix a Three Points
Sveglia alle 5:30. Dobbiamo tagliare corto il sonno per andare a prendere il bus per Tucson (che gli americani pronunciano “tuuson”) alle 7:25. È uno dei famosi Greyhound, i bus argentati che connettono l’America continentale. Quello che prendiamo noi è partito ieri sera da Los Angeles e arriverà in serata a Dallas, in Texas. Una tratta di quasi 2500 chilometri. Noi però scendiamo solo alla prossima fermata, dopo due ore circa, in centro a Tucson. Da lì prendiamo un taxi per la periferia nord, per una “storage area”, un enorme complesso di piccoli garage a schiera usati da privati e aziende come magazzini per cianfrusaglie e merci varie. È in uno di questi garage che dobbiamo ritirare le nostre bici a noleggio.
Come mi aveva avvertito un negozio di bici di Tucson, il responsabile del noleggio, Pete, “è un brav’uomo, ma eccentrico”. Ho avuto sentore di questo anche negli scambi che ho avuto con lui su WhatsApp, per cui Davide ed io incrociamo le dita che le bici effettivamente ci siano. Fortunatamente, ci sono. Hanno anche il portapacchi come avevo richiesto. Non incontriamo Pete di persona, ma troviamo il meccanico che fa manutenzione alle bici. Signore gentile, che ci dà alcune dritte per il viaggio.
Così, dopo aver caricato tutto sulle bici, e fatto una foto di rito, diamo il via alla prima tappa del viaggio. Per goliardia, Davide ha portato due “retine sombrero” da agganciare ai caschi. Con quelle addosso sembriamo due cowboy un po’ scemi, ma ci accorgiamo presto che l’accessorio è tutt’altro che un’arlecchinata: in Arizona anche ad ottobre il sole spacca i sassi, e un riparo per faccia e collo è indispensabile.
È già mezzogiorno quando ci mettiamo in marcia, e dobbiamo fare in fretta se vogliamo arrivare a destinazione prima che faccia buio. Prima però dobbiamo fare una puntata fondamentale: un negozio di attrezzatura sportiva per comprare del repellente per orsi. Il nostro itinerario passerà per luoghi brulicanti di orsi, coyote, puma, e pure giaguari. Non ho troppa fiducia nell’efficacia del repellente in caso di attacco (un’evenienza che comunque è altamente improbabile), ma perlomeno mi dà un senso di sicurezza sufficiente a togliermi la paranoia. Nel negozio, ovviamente, vendono con la stessa facilità anche pistole e fucili. Un americano forse avrebbe comprato quelli. Io mi accontento dello spray.
Non è una gran strada quella che ci porta nella cittadina di Three Points, ma d’altronde dobbiamo uscire da Tucson, e ci stiamo passando tutta la periferia. Vediamo però i primi saguari, i classici cactus a più braccia del deserto. Le colline ne sono tappezzate, proprio come fossero alberi.
Ci fermiamo in un piccolo supermercato (piccolo per gli standard americani, ovviamente) per comprare cena e colazione. Una signora in fila con noi alla cassa attacca bottone, e ci offre un tetto per la notte in caso non avessimo dove andare a dormire (senza secondi fini, ci tiene a precisare). Mi conferma lo stereotipo della gentilezza e dell’ospitalità degli americani, che ho avuto modo di sperimentare altre volte in passato.
Un posto per dormire, però, ce l’abbiamo già: un bed and breakfast (Aribnb) nel mezzo del deserto dove arriviamo poco dopo il tramonto. Ma per oggi sto scrivendo troppo. Ne parlerò domani.
Giorno 2: verso il Keystone Peak
Ci svegliamo con il sole basso sull’orizzonte che colora d’oro il paesaggio fuori dalla nostra stanza. È un deserto, sì, ma non è assolutamente privo di vita. La vegetazione abbonda: cactus, ovviamente, ma anche arbusti e alberi a basso fusto. Uno di questi, il mesquite, cosparge il terreno con baccelli gialli che sembrano fagioli, da cui gli abitanti del posto ricavano una farina ricca e gustosa. Ci sono poi una varietà di specie animali che sopravvivono in questo ecosistema: serpenti, scorpioni, quaglie, uccelli corridori (come quello del cartone Willy il Coyote), cervi, antilocapre, coyote, puma, e addirittura qualche giaguaro. Per la maggior parte dell’anno non c’è acqua; niente pioggia e niente fiumi, ma la natura si adatta.
I gestori del bed and breakfast sono Linda e Kevin, due trapiantati del Rhode Island (staterello a nord-est di New York) che hanno trovato la pace in questo rettangolo da ventimila metri quadri nel sud dell’Arizona. Sono estremamente ospitali, e anche molto prolissi. Dopo colazione ci intrattengono per una buona ora a raccontarci della loro vita in questo ambiente inusuale, mostrandoci uno scorcio della realtà locale.
In programma per oggi avevamo la salita a un monte qui vicino, il Kitt Peak, popolare meta panoramica e sede di un osservatorio astronomico. Però qui il “vicino” è relativo. Sono 110 chilometri circa (di cui 50 su una strada abbastanza trafficata), con 1300 metri di dislivello. Io sono reduce da un infortunio al ginocchio sinistro, e ieri a fine pedalata accusavo un dolorino fastidioso; non nel punto critico dell’infortunio, ma devo comunque andarci cauto. Decidiamo allora di ridimensionare le nostre ambizioni, e partiamo per una più breve gita verso il Keystone Peak, a soli 30 chilometri dal bnb.
Il primo tratto è su asfalto, e si corre lisci. Quando inizia lo sterrato, però, ci viene un po’ il panico. È uno sterrato molto “corrugato”, ovvero segnato dalle tracce di mezzi pesanti (trattori, pick-up) che rendono inefficiente e incredibilmente scomoda la pedalata. In alcuni tratti poi troviamo dei sabbioni su cui stentiamo proprio a procedere; le ruote sprofondano e si bloccano, e ci tocca spesso scendere e spingere. Dopo un’ora di fatica, abbiamo percorso poco più di 5 chilometri. Se l’Arizona è tutta così, siamo messi male. Dobbiamo riconsiderare le tappe dell’itinerario.
Ma c’è un altro problema. A dieci chilometri circa dalla cima, la strada è sbarrata; stop, proprietà privata, “no trespassing”! E che si fa? Lo sbarramento è anche facile da aggirare, ma in Arizona è perfettamente legale sparare a chi entra senza permesso nella tua proprietà. Non vogliamo rischiare, per cui con un certo disappunto facciamo dietro front. Ma a me non dispiace riposare il ginocchio, e Davide risente ancora del jet lag. Una giornata corta ci va benone.
È interessante però osservare il contrasto paradossale tra la spontanea ospitalità e affabilità che si percepisce nelle interazioni di tutti i giorni, e l’accettazione della dottrina che sì, se tu entri nel mio giardino, io a ragione ti sparo.
Alla sera Linda e Kevin ci invitano a cenare con loro. Linda ha preparato un buonissimo polpettone di bisonte, che divoriamo con entusiasmo. Ci raccontano altre vicende della loro vita, e la storia che li ha portati a trasferirsi in Arizona. Insistono che io e Davide ci assomigliamo tantissimo. Se non gemelli, dobbiamo essere perlomeno fratelli. No, rispondo, davvero siamo solo entrambi italiani.
Giorno 3: discesa ad Arivaca
Abbiamo rivisto il percorso di oggi. Il piano generale è quello di scendere a sud per 60 chilometri circa, voltare poi ad est per altri 20, e arrivare nel piccolo paese di Arivaca. Inizialmente si pensava di usare una rete di percorsi sterrati che sembrano connettere Three Points con i territori più a sud, ma, vista l’esperienza di ieri, abbiamo cambiato idea. Pedaleremo sulla strada principale (asfaltata) per una trentina di chilometri, e solo allora, all’inizio del Buenos Aires National Wildlife Refuge (rifugio nazionale per la fauna selvatica), ci immetteremo sullo sterrato. Su Strava (social network per ciclisti) abbiamo visto che le strade sterrate da quel punto in poi sono effettivamente frequentate da qualche impavido ciclista, per cui ci fidiamo che siano percorribili.
Fortunatamente, così è. Sì, c’è qualche segno di corrugamento e un po’ di sabbia in corrispondenza dei guadi stagionali (ora secchi), ma per la maggior parte il terreno è facile e molto godibile. Come è godibile anche il panorama; stiamo risalendo la Altar Valley, e file di montagne rocciose ci accompagnano nel cammino.
Ci fermiamo a pranzare in una piccola radura. Il sole batte proprio forte, e la temperatura tocca i 32 gradi. Cerchiamo per quanto ci è possibile di sfruttare l’ombra di un piccolo albero di mesquite. Prima di sedermi per terra, ispeziono per bene che non ci siano serpenti a sonagli o scorpioni. Poi ci ripenso: mangio in piedi. Davide non è così fifone e si gode la sosta in comodità.
Mi fa un po’ strano essere qui con lui. Non che sia imbarazzante o goffo interagire; tutt’altro. È però sorprendente pensare che ci siamo trovati qua, nel mezzo del nulla, lui arrivando dal Giappone e io dalla Lituania. Fra due settimane poi ritorneremo a casa nostra, e chissà quando ci rivedremo di persona. Amicizie moderne.
Entriamo ad Arivaca nel pomeriggio inoltrato, e ci fermiamo per una cena anticipata nell’unico ristorante del posto. Il menù è tutto messicano, ma d’altronde siamo a pochi chilometri dal confine. Taco, quesadilla (una specie di piadina al formaggio), e una zuppa al pomodoro. Ho mangiato troppo, ma sono soddisfatto. Il bivacco per questa notte è un camper allestito a bnb. Non comodissimo, ma certamente interessante.
Giorno 4: Ruby Road
Oggi sarà una giornata tosta. Taglieremo a sud-est verso la città di confine Nogales, attraversando un gruppo montuoso che si estende in larghezza per una trentina di chilometri. La distanza totale da percorrere è di circa 75 chilometri; tutto un saliscendi, all’80% sterrato. Saremo principalmente sulla Ruby Road, così chiamata perché tocca il villaggio minerario abbandonato di Ruby, in passato punto focale per le operazioni di estrazione di oro, argento, rame, e altri metalli.
La strada parte arrampicandosi su una dorsale; dura, ma in compenso abbiamo da subito viste sconfinate a 360 gradi. Si inoltra poi nel fitto delle montagne, che ci isolano dal resto del mondo. Non vediamo nessuno passare, salvo un paio di pick-up bianchi e verdi della polizia di frontiera che pattugliano l’area a deterrente per il contrabbando. Il cellulare indica una totale assenza di segnale. Colgo allora l’occasione per testare la radiolina satellitare che ho comprato alcune settimane fa. Mando un messaggio a Goda, che dopo qualche minuto risponde. Perfetto; tutto funziona. Se mi mangia un puma posso chiamare soccorso.
Arrivati alla stradina che scende nel centro di Ruby, scopriamo che anche questa è bloccata; no trespassing. Ci fermiamo allora fuori dal cancello, dove facciamo un pranzo a base di uova sode e carne secca.
Riprendiamo sotto il sole di mezzogiorno, seguendo con fatica la strada che si snoda tra valloni, conche, e pianori. È stupendamente scenica, però, e mi fa immergere con la fantasia in un film western. Mi sembra di sentire Ennio Morricone fare eco nella valle. Ah no, è Davide che si è messo a fischiettare. Mi unisco anch’io.
Per arrivare a Nogales dobbiamo fare un ultimo breve tratto su una strada molto trafficata. Per distanziarci il più possibile dalle macchine che ci sfrecciano accanto, ci spostiamo su una specie di marciapiede alla nostra destra, ma finiamo dentro un’aiuola cosparsa di semi di tribolo, sferette legnose ricoperte da spuntoni. Me ne accorgo quando la mia ruota anteriore inizia a sibilare e spruzzare un liquido bianco. È un lattice sigillante che ripara le forature, e infatti dopo una decina di secondi sibilo e zampillo magicamente smettono. Mi fermo per valutare la situazione, e con orrore vedo una ventina di questi semi spinosi conficcati sia nella ruota davanti, sia in quella dietro. Li tolgo uno a uno, ma per ognuno si ripete la stessa scena: sibilo e liquido per qualche secondo, poi stop, camera d’aria riparata. Che tecnologia! Mi ricorda le scene della serie di fantascienza Foundation, dove dei nanobot nel sangue dell’imperatore gli rimarginano in pochi secondi ogni tipo di ferita.
Arriviamo a destinazione decisamente provati, ma abbiamo anche noi una formula per ripararci: doccia, pollo fritto, e otto ore di sonno.
Giorno 5: Patagonia
Di fronte al motel in cui abbiamo dormito c’è un ristorante della catena Denny’s. È il classico diner americano, con scritte in filo di neon, un bancone con una schiera di sgabelli di fronte, e tavoli “a cubicolo” con divanetti come posti a sedere. La colazione che ci servono è veramente sovrabbondante, ma non fatichiamo a finirla.
Andiamo poi per una visita veloce in centro a Nogales. Vogliamo vedere il confine e il famoso muro, ma soprattutto dobbiamo fare una lavatrice. Stiamo visitando il lato est della cittadina quando sentiamo il fischio profondo di un treno e lo scampanellio di un passaggio a livello che si chiude. È un treno merci diretto in Messico; cinque chilometri di lunghezza. Non ci sono sottopassaggi, quindi ci tocca aspettare.
A metà mattina siamo pronti per partire alla volta di Patagonia, un paesino dal carattere Far West diventato celebre tra i ciclisti per essere il punto di partenza di una 100-miglia su sterrato. È effettivamente una bella località, con vari negozietti e qualche ristorante. Rimane comunque una cittadina americana, attraversata in centro da una strada a quattro corsie con file di macchine parcheggiate a lato.
Nel tardo pomeriggio facciamo check-in nell’Airbnb che ci ospiterà per i prossimi 3 giorni, una casetta rurale sulle colline dietro Patagonia. È stata una giornata leggera, ma ci aspetta domani un giro ben più lungo. Meglio riposarsi.
Giorno 6: Lochiel e la Rafael Valley
Quando a giugno di quest’anno Davide ed io decidemmo per l’avventura americana in bici, pensavamo inizialmente ad un giro nel New England, l’area geografica a nord est degli Stati Uniti che include stati come la Pennsylvania e il Massachusetts. Ci rendemmo velocemente conto però che ad ottobre, in quella zona, fa freddo, e iniziammo dunque a perlustrare la cartina per trovare un’alternativa più temperata. Nelle ricerche, ci colpì (e ci convinse a scegliere l’Arizona) un video su YouTube di un gruppo di ciclisti che definiva Patagonia come “la Mecca del ciclismo su sterrato”, lodando (e mostrando) un percorso in particolare che porta alla città fantasma di Lochiel, al confine col Messico. Oggi abbiamo in programma proprio quel percorso; speriamo non ci deluda.
Montiamo in sella alle 8 in punto, e come prima tappa scendiamo in centro a Patagonia per fare rifornimento di acqua e viveri per la giornata. Ho con me un filtro per potere, in emergenza, bere l’acqua di un fiume o di un lago. Non penso mi sarà molto utile; finora tutti i presunti fiumi che le mappe ci mostravano si sono rivelati corsi stagionali, al momento completamente secchi. La tappa di oggi ci porterà in posti assolutamente remoti, e carico dunque 4,6 litri tra acqua e bevande elettrolitiche. Dovremo fare circa mille metri di dislivello, per cui farei volentieri a meno di tutto questo peso extra, ma non ci sono alternative.
Il primo terzo del percorso ci fa scendere verso sud, risalendo il massiccio delle Patagonia Mountains in una serie di valloni. Con nostra sorpresa, troviamo un torrente vivo, con dell’acqua! La strada lo attraversa in più punti, e ci tocca pure guadarlo. Mi viene quasi voglia di provare il filtro.
Guardando la carta topografica della zona, pensavo che questo primo terzo sarebbe stata la parte più interessante del percorso. La strada però è un corridoio nella vegetazione, e non offre quindi grandi vedute. Ma, dopo l’ultimo scollinamento, il panorama cambia all’improvviso. Si apre davanti a noi la Rafael Valley, un’immensa prateria dorata, punteggiata dalle chiome verdi brillanti di grandissimi pioppi. Al centro della valle, una linea di verde più intenso suggerisce la presenza di un fiume; chissà se c’è acqua anche lì! All’orizzonte, la valle si arrampica sul muro delle montagne Huachuca.
Inizia così la lunga discesa verso la città fantasma di Lochiel, dove ci fermiamo per un pranzo al sacco. Sentendo il termine “città fantasma” mi immaginavo una cittadina del Far West: saloon, ferrerie, una banca, l’ufficio dello sceriffo… Tutto perfettamente preservato, ma abbandonato. In realtà, a Lochiel troviamo solo alcune case semi-moderne malconce, con i soliti cartelli “no trespassing” e pile di rottami nel giardino. Un po’ deludente, ma pazienza.
Il sole è allo zenit quando ci rimettiamo in marcia, ma dopo pochi chilometri dobbiamo ancora fermarci: Davide ha bucato. Sfortunatamente il liquido sigillante non ha funzionato nel suo caso, e deve dunque cambiare la camera d’aria. Siamo vicini al fiume (ahimè, secco) al centro della valle, e ci possiamo dunque riparare all’ombra mentre operiamo la sostituzione. Ci dimentichiamo però di togliere dal copertone la spina che ha causato la foratura, e dopo un’oretta dalla ripartenza siamo punto e a capo: anche la nuova camera d’aria è bucata. Si sgonfia lentamente però, per cui riusciamo a finire il giro semplicemente fermandoci ogni mezz’ora a dare una pompatina.
Arrivati a Patagonia vediamo passare il primo ciclista della giornata. Non doveva essere una Mecca del ciclismo? Mi sa che gli amici su YouTube hanno un po’ gonfiato la popolarità della zona. Non avevano torto sulla bellezza però.
Giorno 7: riposo
Non abbiamo nulla di particolare in programma per oggi. Forse una breve uscita verso un piccolo colle qua nei dintorni; ma iniziamo a scendere a Patagonia per colazione, e vediamo dopo come tira il vento.
Scegliere in che caffè andare non è difficile: ce n’è uno solo, il Gathering Grounds. È il tipico caffè di stampo anglosassone, che apre alla mattina presto, serve colazioni fino alle 11 circa, poi dei pranzi semplici, e chiude i battenti alle tre del pomeriggio.
Ci attira un piatto in particolare sul menù: biscuits and gravy, una specialità del sud degli Stati Uniti; due panini salati, soffici e friabili, annegati in una crema simile alla besciamella arricchita con pezzettini di salsiccia. Il tutto accompagnato da uova al tegamino e patate arrosto.
Combinazione fantastica, sapore squisito, ma è un mattone. Sono le due del pomeriggio quando inizio a non sentirmi più pieno. Il briciolo di voglia che avevamo di andare in bici è completamente evaporato. Ci prenderemo la giornata di riposo. Poco male, il mio ginocchio anche ieri mi dava strane sensazioni. Niente dolore, ma non gli farà certo male riposare.
Giorno 8: verso Sierra Vista
Patagonia e Sierra Vista sono esattamente alla stessa latitudine, e sono collegate da una strada sterrata che costeggia il versante nord della Rafael Valley, sale gradualmente fino al forte Huachuca, e lo attraversa per arrivare a Sierra Vista.
Pensavamo ci aspettasse questo tragitto remoto e pacifico, ma non avevamo contato che il forte Huachuca è in realtà una base militare attiva. Telefono per chiedere se ci è consentito il passaggio, ma mi dicono che i cittadini stranieri devono essere scortati da un militare o ex-militare che faccia da garante. Non c’è storia.
Il forte è protetto a sud da decine di miglia di montagne impenetrabili (perlomeno in bicicletta), per cui non ci resta che circumpedalarlo a nord, salendo fino al paesino di Sonoita, seguendo verso est il corso della Cienega Valley, e finire ritornando a sud. Qualche chilometro in più, ma perlomeno è tutto asfalto, e la valle offre comunque delle vedute di tutto rispetto.
Pur essendo strade a viabilità ordinaria, il traffico è leggero e gli autisti rispettosi, per cui non abbiamo problemi. Dobbiamo solo farci da parte quando vediamo in lontananza un trasporto eccezionale che traina un enorme elemento d’acciaio; forse un componente dello scafo di una nave. Occupa tutta la strada, e dobbiamo proprio sconfinare nel prato ai bordi per non farci travolgere. Nel farlo, la mia ruota anteriore viene perforata da una spina. La estraggo, e ancora una volta il liquido sigilla la puntura. Miracoloso.
Non ci sono altri imprevisti per raggiungere Sierra Vista, e nel primo pomeriggio, osservando i picchetti elettorali pro-Trump piantati nel giardino, facciamo check-in al motel Knights Inn dove spenderemo le prossime due notti.
Giorno 9: Carr Peak
I capitoli di questo diario stanno diventando un po’ stereotipati. D’altronde, però, lo sono un po’ anche le nostre giornate. Sveglia intorno alle 7, colazione, aggiornamento familiari, partenza, sosta provviste al super, pedalata di qualche ora, qualche foto, pranzo, ancora pedalata, ancora foto, arrivo, doccia, cena, letto… Mi chiede Goda: ma non sta diventando noioso? È forse strano, ma direi proprio di no.
Da un lato c’è la compagnia di Davide, con cui riusciamo sempre a intavolare discorsi interessanti… o beh, intrattenerci con un vasto repertorio di idiozie. Dall’altro la modalità di viaggio fa sì che praticamente ogni giorno siamo in, o vediamo, un posto diverso: nuovo hotel, nuovi ristoranti, negozi. Anche i panorami cambiano in modo sorprendente.
Limitati dalle nostre forze, il nostro itinerario è naturalmente circoscritto a un territorio relativamente piccolo. Eppure la diversità del paesaggio che osserviamo di tappa in tappa è rimarchevole. Questo perché siamo capitati — fortuitamente, più che per attenta pianificazione — in un arcipelago di “sky islands”; isole nel cielo, ovvero piccoli gruppi montuosi indipendenti separati da ampie distese desertiche. In parte le differenze individuali tra un gruppo e l’altro, in parte le barriere geografiche che formano, e in parte i cambi di altitudine, fanno sì che, attraversando le sky islands, l’ambiente continui a cambiare.
Così, nella gita di oggi, risalendo il canyon che ci porta alle pendici del Carr Peak, partiamo nel deserto, attraversiamo un bosco di querce, terminiamo l’ascesa circondati da pini e, guardando in su, vediamo la vetta colorata dal giallo autunnale degli aspen (pioppo tremulo).
L’unica cosa che non cambia è la fortuna di Davide, che si becca un’altra foratura. Pazienza, ci sono le camere d’aria di scorta.
Giorno 10: Coronado Peak e Bisbee
Nel corso dei cinquecento e più chilometri battuti negli ultimi dieci giorni, insegne a bordo strada ci hanno più volte dato il benvenuto nella Coronado National Forest. Oggi, qui, al valico del Passo Montezuma, dopo una lunga e faticosa salita, abbiamo finalmente scoperto cosa è questo Coronado. O meglio, chi è (era).
Un pannello informativo ci spiega che il signor Francisco Vázquez de Coronado fu governatore ed esploratore spagnolo e che, cinque secoli addietro, nel 1540, avendo sentito racconti di magnifiche città d’oro nascoste tra le terre del nord, partì dal Messico con una compagine di duemila uomini alla volta degli odierni Stati Uniti occidentali, per scovare tali città e, naturalmente, conquistarle.
Purtroppo per lui, i racconti erano solo leggenda, ma la spedizione non fu del tutto invano; gli uomini di Coronado furono i primi europei a scoprire il fiume Colorado, il Gran Canyon, e per l’appunto questi territori in cui ci troviamo ora. Insomma, fecero una bella vacanza; un po’ come la nostra.
Dopo esserci rifocillati nel piazzale del Passo Montezuma (per me oggi cracker con burro d’arachidi), abbandoniamo le bici una mezz’oretta per salire a piedi al vicino Coronado Peak. La vista dalla cima è davvero speciale. Ad ovest si vede per intero la grande prateria della Rafael Valley che abbiamo attraversato alcuni giorni fa, con le Patagonia Mountains sullo sfondo. A sud si apre un deserto brullo, che si estende oltre il confine col Messico sino a lontanissime montagne all’orizzonte. Infine ad est c’è la San Pedro Valley, tagliata da un drittone di 25 chilometri che percorreremo più tardi per raggiungere la cittadina di Bisbee, la nostra meta di stasera.
Mi perdo nella contemplazione di questo panorama, fin quando la voce di Davide mi riporta al presente: “dobbiamo rimetterci in marcia”.
Di Bisbee ce ne hanno parlato in tanti: “è un posto strano”, “c’è gente eccentrica”, “ci sono i fantasmi”. Ex-villaggio minerario (entrando si costeggia la colossale cava in disuso) annidato nella sky island delle Mule Mountains, dopo la chiusura delle attività di estrazione Bisbee si è reinventata come meta di turismo, usando in particolare il macabro come tema per attrarre i visitatori. Capitiamo nel periodo perfetto: mancano pochi giorni ad Halloween.
L’hotel in cui pernottiamo è decorato a puntino: zucche, scheletri, ragnatele, e in camera pure un ritratto delle gemelline dello Shining. Speriamo di riuscire a dormire.
Giorno 11: Tombstone
I fantasmi di Bisbee sono molto cordiali e non ci hanno disturbato il sonno. Scendiamo dunque riposati a colazione, in un caffè in centro dove mi servono un muffin all’arancia grande quando il mio palmo aperto. Ci mettiamo poi in marcia senza fretta; oggi breve tappa perlopiù in discesa, con arrivo a Tombstone.
Nella sua grande missione di raggiungere il massimo grado possibile di incoerenza nella pronuncia, la lingua inglese ha stabilito che “tomb” si pronuncia “tuum” (e non “tòmb”, come è per “bomb”); dunque, Tombstone si dice “tuumstón”. Rimarco ciò perché sono due settimane che Davide ed io, da veri cretini, ad ogni possibile occasione malpronunciamo enfaticamente “TÒMBSTÓN”, facendo il verso a un ignaro travel vlogger italiano che in un video sulla cittadina usava la pronuncia scorretta. La smetteremo ora che siamo qui? Manco a spararci.
In ogni caso, il travel vlogger (@STEPSOVER, per chi fosse interessato) era a TÒMBSTÓN poiché la cittadina è celebre per avere preservati molti edifici storici dei tempi del Far West: vari saloon, un teatro, il municipio, il tribunale… C’è poi la scuderia O.K. Corral, che fu teatro di un’epica sparatoria tra un gruppo di banditi (i Cowboys) e degli uomini della legge, capitanati dal cacciatore di taglie Wyatt Earp.
Passiamo il pomeriggio a visitare il (tutto sommato piccolo) centro storico, e concludiamo la giornata con una cena al bancone di un saloon. Siamo dei veri cowboy.
Giorno 12: ritorno a Tucson
Sono gli ultimi giorni del viaggio, e dobbiamo ritornare a Tucson, dove dopodomani riconsegneremo le bici. Da Tombstone però non è facile raggiungere la città; perlomeno non in bicicletta. L’unico tragitto plausibile supera i 120 chilometri, 30 dei quali sull’autostrada più trafficata dell’Arizona, che il rappresentante repubblicano, mister Ciscomani, sta proprio usando in questi giorni come leva elettorale, promettendo la costruzione di una terza corsia nel caso venisse confermato. La ritenteremo magari quando finiscono i lavori, ma per adesso evitiamo.
Optiamo allora per l’alternativa a motore. Ci spostiamo in bici fino a Sierra Vista, dove Davide, munito di patente internazionale, noleggia un piccolo pick-up truck su cui carichiamo alla bell’e meglio le bici. (Piccolo è sempre calibrato sugli standard americani.)
Non abbiamo vincoli orari per arrivare a Tucson, per cui sfruttiamo il mezzo per andare a visitare il Passo Apache nelle Chiricahua Mountains, una grande sky island al confine con lo stato del New Mexico.
Dopo tante ore passate sul pick-up, si è svegliato in noi lo spirito dell’americano vero, e giunti a Tucson sul calar del sole, ci infiliamo in un Texas Roadhouse a mangiarci una bistecca t-bone da 700 grammi, che ci accompagna tutta la notte in un sonno… pesante.
Giorno 13: Mount Lemmon
Ultimo vero giorno in sella. Per chiudere in bellezza, attaccheremo quella che tante pubblicazioni ciclistiche annoverano tra le salite più belle degli Stati Uniti: il Mount Lemmon, vetta più alta delle Santa Catalina Mountains. Dal tradizionale punto di partenza della scalata, per raggiungere la cima serve pedalare per 45 chilometri, superando un dislivello di più di 2100 metri. Noi però partiamo dal nostro hotel, per cui in totale oggi ci aspettano 120 chilometri e 2500 metri di dislivello; onestamente non credo proprio che riusciremo a farla tutta.
È una giornata soleggiata, anche se la temperatura si è un po’ abbassata rispetto ai giorni scorsi. Sono previsti 25 gradi di massima, contro i 35 a cui ci eravamo ormai abituati.
Cominciamo la salita su un versante fitto di saguari. È un costante 5% (50 metri di dislivello per ogni chilometro percorso), e facciamo presto ad elevarci sopra la piana di Tucson. È già passata un’oretta e mezza da quando abbiamo lasciato l’hotel e, notando una terrazza panoramica a bordo strada, cogliamo l’occasione per fermarci per uno spuntino. Quando è in giro in bici Davide ha l’abitudine professionistica di fare frequenti rabbocchi calorici (circa ogni ora e mezza, appunto), così da riuscire ad assumere tutte le energie necessarie per l’uscita senza doversi mai appesantire troppo. È effettivamente un buon approccio; la mia strategia di abbuffarmi a pranzo e trascinarmi come uno zombie durante la digestione lascia molto a desiderare.
La scena dello zombie si presenta infatti dopo un paio d’ore, quando ci rimettiamo in marcia dopo pranzo. Nell’arco di 15 minuti ho mangiato carne secca, due uova, una ciambella salata, un pugno di mandorle, e mezza barretta di cioccolato. Il tutto sciacquato da un litro e mezzo di Gatorade. (Anche per bere adotto la stessa strategia.) Sento un mattone nello stomaco e ho un abbiocco spaventoso. Perché non imparo mai…
Ci serve un’altra ore e mezza di arrampicata tra le sceniche valli di Santa Catalina per giungere all’area camping di Palisades, a 15 chilometri dalla sommità del Mount Lemmon. Decidiamo qui di fermarci. Ci piacerebbe completare la scalata, ma vorrebbe dire rischiare di dover tornare col buio.
Siamo a quota 2420 metri, e fa piuttosto freddo. Mi bardo con tutti gli indumenti che ho con me, e iniziamo la lunga e piacevole discesa verso Tucson. Qual modo migliore per coronare la fine dell’avventura ciclistica in Arizona.
Giorni 14 e 15: ritorno a casa e riflessioni
Anche oggi in realtà pedaliamo, ma solo per riportare le bici al noleggio. Poi taxi per il centro di Tucson, bus per Phoenix, e rieccoci qui, nello stesso hotel in cui ci eravamo trovati due settimane fa, davanti a un bisteccone con cui celebriamo l’ultima cena del viaggio.
Che dire; è stato proprio un bel viaggio. Abbiamo attraversato una natura incredibile, scoperto posti leggendari, e soprattutto ci siamo divertiti un sacco. D’altro canto, però, questa esperienza mi fa notare come sia cambiata negli anni la mia percezione degli Stati Uniti.
Ricordo la mia prima visita in Indiana, a diciassette anni, esattamente mezza vita fa. Mi ero ritrovato nell’America che fino ad allora avevo visto solo nei film: le casette con giardino delle aree residenziali, i barbecue col vicinato, i supermercati enormi aperti 24 ore… Sentivo di essere in un posto nuovo, che allo stesso tempo però mi era estremamente familiare. Mi aveva poi colpito profondamente il carattere rurale, delle distese di campi coltivati, dei granai, delle fiere, degli Amish a cavallo. Ricordo che avevo scritto a casa dicendo che volevo comprare venti ettari di terreno e costruirmi una fattoria. Poi, otto anni dopo, in Colorado, ero stato ammaliato dall’atmosfera sportiva e spensierata che permea le città alle pendici della Montagne Rocciose. In entrambi i casi avevo trovato un’America in cui avrei voluto vivere.
Questa volta, invece, no. Forse è l’effetto delle centinaia di cartelli “no trespassing” che ho visto in queste due settimane, dei segnali stradali perforati da proiettili, della spazzatura che spesso si trova a bordo strada; mi danno una sensazione di ostilità, di una cultura troppo individualistica che non dà valore all’aspetto collettivo della società. O forse più semplicemente è perché, pur trovandolo un ambiente affascinante, non sento affinità con il deserto.
La seconda sera a Three Points, il signor Kevin era rimasto folgorato dalla risposta data da Davide alla sua domanda sul perché si fosse trasferito in Giappone: “perché in Giappone mi sento me stesso”. Ecco, ho la chiara percezione che qui in Arizona, e probabilmente nel resto degli Stati Uniti, oggi non mi sentirei me stesso.
Dal finestrino del piccolo Embraer E190 che da Varsavia mi riporta a Vilnius, mi cade lo sguardo sulla trapunta di campi e foreste della Lituania. Mi tornano in mente le corse nei boschi, le battute di funghi, le gite in canoa, le giornate d’autunno e le torte di mele. Sì, qui mi sento me stesso.








































































































