Pomeriggio estivo
22 agosto 2024
Dopo un leggero pranzo a base di zucchine saltate e pollo impanato, mi trovo a sorseggiare del tè sotto il portico del cottage nella foresta dove Goda ed io amiamo, per quanto ci è possibile, passare l’estate. Una libellula si posa sulla punta del mio alluce, e il mio pensiero inizia a vagare.
Ammiro la bellezza del corpo striato nero e blu elettrico dell’insetto. Penso poi, provando meraviglia, alla complessità e alla fragilità delle strutture atomiche che lo compongono, e che gli permettono di svolazzare nel giardino in cerca di prede.
Alzo lo sguardo sullo stagnetto tranquillo, sull’ippocastano che marca il confine del giardino, sul campo più in là e sul limitare della foresta nello sfondo. Inizio a pensare all’universo e alla fisica quantistica. Per qualche motivo quando sono qua finisco sempre per pensare alla fisica. Non che ne capisca nulla, ma ci penso lo stesso. Immagino sia la mia personale versione della contemplazione religiosa.
I colori di questa piccola radura sono accesi dall’incomprensibile numero di fotoni che irradia ogni secondo da quella sfera di aria calda a 150 milioni di chilometri di distanza. Un flusso continuo di energia, che l’ecosistema terra trasforma poi in erba, fiori, alberi, e libellule.
Dal nostro punto di vista son cose comuni, banali. Ma se le pensiamo nel contesto dell’universo, dove le stelle si contano a migliaia di miliardi di miliardi, persino i fili d’erba sono oggetti a tiratura limitata.
Mi immagino la vista dalla Stazione Spaziale Internazionale: la superficie terrestre investita di luce, il nero cosmico attorno, e un piccolo disco accecante in lontananza.
La mia radura è invisibile da quell’altezza, ma si può scorgere un vortice bianco che viene spinto dai venti atlantici sopra l’entroterra baltico. Dalla mia prospettiva sono nubi nere all’orizzonte. Si preannuncia un temporale estivo. Uno degli ultimi probabilmente. Meglio che mi metta al riparo.


